Questo è il secondo anno che non chiamo mio padre per fargli gli auguri di compleanno.
Era nato nel 1939 e oggi avrebbe compiuto 87 anni. Lo scrivo e mi fa ancora uno strano effetto, perché per tutta la vita il compleanno di un padre è una cosa semplice: prendi il telefono, fai una telefonata, dici “auguri papà”, magari parli del più e del meno, magari ti sembra anche una cosa normale. Poi arriva un giorno in cui quella telefonata non la puoi fare più. E allora capisci che certe abitudini, anche le più piccole, tenevano insieme molto più di quanto pensavi.
Un padre che scompare ti lascia un buco profondo nell’animo. Non è solo mancanza. È proprio uno spazio che si apre dentro, un posto vuoto che nessuno può occupare. All’inizio fa male e basta. Poi, con il tempo, impari a conviverci. Non perché passi davvero, ma perché quel vuoto diventa una parte di te. Una stanza interiore dove entrano i ricordi, le parole dette e quelle mai dette, i gesti, gli insegnamenti, le somiglianze che scopri di avere quando ormai non puoi più fartele notare da lui.
Un padre che ci lascia smette di essere in un posto e inizia a essere dappertutto
E forse è questa la cosa più strana della perdita. Un padre che ci lascia smette di essere in un posto e inizia a essere dappertutto. Lo ritrovi in una frase che dici senza pensarci, in un modo di camminare, in un’espressione del viso, in una memoria improvvisa che arriva mentre stai facendo altro. Lo ritrovi nei giorni normali, non solo in quelli importanti. Nelle cose che ti hanno formato. In quello che hai ricevuto, anche quando non te ne accorgevi.
Oggi non posso chiamarti, papà. Non posso sentire la tua voce, non posso dirti: “auguri” come facevo una volta. Però posso pensarti. Posso portarti con me. Posso raccontare di te a mia figlia. Posso continuare a parlarti in quel modo silenzioso che conosce solo chi ha perso qualcuno che resta.
Buon compleanno papà