Il rientro comincia sempre la sera prima, davanti a un bagagliaio aperto.
– Mamma, non c’entra più niente…
– Aspetta, che ti ho preparato due cose.
Le due cose sono: cinque litri d’olio di quello buono, i peperoni cruschi, un mazzo di origano che profuma anche da dentro tre buste di plastica, le melanzane sott’olio, un’anguria “che tanto in macchina lo spazio si trova” e il pane. Quello vero. Perché a Milano, si sa, il pane non lo sanno fare.
Parto all’alba, quando il paese dorme ancora e le strade sono così vuote che ti sembra di rubare qualcosa. Guardo le case nello specchietto finché la curva non se le porta via. Faccio sempre lo stesso gioco, da trent’anni: mi dico che non mi giro. E poi mi giro.
L’autostrada risale l’Italia come una cerniera. A ogni autogrill il caffè costa un po’ di più e sa un po’ di meno. Le targhe cambiano, l’accento del benzinaio pure. A un certo punto, non so dire dove di preciso, il finestrino smette di profumare di fieno e comincia a sapere di capannoni.
A ogni autogrill il caffè costa un po’ di più e sa un po’ di meno. Le targhe cambiano, l’accento del benzinaio pure.
Sono rientrato ieri sera e le valigie sono ancora in mezzo al corridoio. Non ho avuto voglia di svuotarle subito.
Quando sono partito la prima volta avevo una valigia molto più piccola. Viaggiavo in treno ed ero convinto che quella sarebbe stata una fase della mia vita. Qualche anno fuori, il tempo di trovare un lavoro, sistemarmi un po’, capire cosa fare da grande e poi, in qualche modo, tornare. A vent’anni uno pensa che la vita funzioni così, che basti avere un progetto e seguirlo. Poi succede che lavori, conosci persone, cambi casa, compri mobili, fai figli, accumuli bollette e ricordi e un giorno ti accorgi che sono passati trent’anni.
Milano nel frattempo è diventata casa. Non avrebbe senso negarlo. Conosco le sue strade, i suoi rumori, i suoi orari. So quale vagone della metropolitana prendere per trovarmi vicino all’uscita, so che a luglio qualcuno dirà inevitabilmente “non si è mai visto un caldo così” e che a settembre compariranno i primi panettoni. Qui ho lavorato, sono cresciuto, sono successe le cose importanti della mia vita. Milano mi ha accolto quando ero poco più di un ragazzo e mi ha dato molto. Le voglio bene. Forse è proprio per questo che il ritorno dalle vacanze è diventato, con gli anni, sempre più difficile da spiegare.
Mentre risalivo verso Nord, guardavo la strada scorrere davanti e ogni tanto davo un’occhiata allo specchietto. Non c’era niente da vedere, naturalmente. Solo asfalto, macchine e pezzi d’Italia che cambiavano colore. Eppure avevo quella sensazione lì. Quella che conosco da trent’anni. La sensazione di stare andando via.
La cosa strana è che stavo tornando a casa.
Per un fuorisede, dopo un po’, la parola casa si complica. Diventa un posto dove vivi e contemporaneamente un posto da cui sei partito.
Il navigatore infatti a un certo punto lo ha scritto chiaramente. “Casa, 42 minuti”. Ho guardato la scritta e ho pensato che in fondo i navigatori sono macchine semplici. Per loro casa è un indirizzo. Un numero civico, una via, un codice postale. Sarebbe bello fosse così anche per noi.
Per un fuorisede, dopo un po’, la parola casa si complica. Diventa un posto dove vivi e contemporaneamente un posto da cui sei partito. È il letto in cui dormi quasi tutto l’anno, ma anche quello dove, quando torni, riconosci ancora una macchia sul muro. È il supermercato sotto casa e il negozio dove tua madre continua a mandarti a comprare il pane come se avessi sedici anni. È Milano alle otto del mattino ed è una strada del Sud alle sette di sera, con le sedie fuori dalla porta e qualcuno che ti saluta anche se non ricordi più chi sia.
E non è che al Sud sia tutto meraviglioso. Dopo qualche giorno comincio regolarmente a lamentarmi. Del caldo, del casino, della connessione che va e viene, dei negozi chiusi negli orari più improbabili, di quelli che parcheggiano dove capita. Mi innervosiscono le persone che per raccontarti una cosa impiegano quaranta minuti, partendo dal battesimo del cugino della persona di cui in realtà volevano parlarti. A un certo punto comincio perfino a sentire la mancanza dell’efficienza, delle cose che funzionano, della mia routine. Penso a Milano.
Poi torno a Milano e dopo neanche un giorno mi manca tutto quello di cui mi lamentavo.
È una cosa abbastanza stupida, se ci pensi. Quando sono al Nord difendo il Sud. Quando sono al Sud spiego che Milano non è quella città senz’anima che molti immaginano. Se qualcuno parla male di Milano mi dà fastidio e mi scaldo. Se qualcuno parla male del Sud mi infervoro come non mai. Deve esserci una specie di regolamento non scritto dei fuorisede: possiamo lamentarci quanto vogliamo dei nostri posti, ma guai a chi lo fa al posto nostro.
Deve esserci una specie di regolamento non scritto dei fuorisede: possiamo lamentarci quanto vogliamo dei nostri posti, ma guai a chi lo fa al posto nostro!
Con gli anni, però, è cambiata un’altra cosa. Quando ero ragazzo tornare al Sud significava ritrovare tutto esattamente dove l’avevo lasciato. Le stesse persone, gli stessi bar, le stesse voci. Sembrava che il tempo si fermasse ad aspettarmi. Adesso non è più così. I genitori invecchiano, ci sono sedie vuote e cappelli appesi che più nessuno indosserà, qualche casa cambia proprietario, qualche finestra resta chiusa. Gli amici che prima bastava andare a cercare al solito posto adesso bisogna chiamarli giorni prima. Hanno figli, lavoro, impegni, genitori anziani da seguire. Qualche persona non c’è proprio più e questa è la cosa alla quale non ci si abitua mai.
Così ogni volta che riparto ho la sensazione di portarmi via qualcosa e di lasciare qualcos’altro indietro. Una specie di minuscolo trasloco dell’anima che faccio da una vita.
Forse per questo le valigie sono sempre così piene.
Una volta ci mettevo vestiti, libri, progetti e tutte quelle cose che a vent’anni pensi ti serviranno per diventare la persona che vuoi essere. Adesso ci metto bottiglie d’olio, pomodori, fotografie sul telefono e conversazioni che mi tornano in mente mentre mi allontano. E ogni anno mi accorgo che i ricordi occupano sempre più spazio.
Stamattina Milano era già ripartita. Dalla finestra vedevo gente camminare veloce, macchine ferme al semaforo, qualcuno al telefono con quell’aria preoccupata di chi deve risolvere qualcosa di urgentissimo prima delle nove. Ho preparato il caffè, acceso il computer e ricominciato a fare le cose che faccio ogni giorno.
A un certo punto ho trovato un po’ di sabbia sul pavimento del corridoio. Probabilmente era caduta da una delle borse.
Ho pensato di prendere l’aspirapolvere. Poi ho lasciato perdere. Quella sabbia arriva dal Salento e mi piace guardarla per un po’ anche da Milano.
Sono passati trent’anni e credo di aver finalmente capito che non smetterò mai di essere un fuorisede. Non importa quanto tempo passi, quante case compri, quante volte cambi indirizzo. C’è un momento, ogni volta che parti, in cui senti ancora qualcosa tirare dalla parte opposta e forse non è nemmeno nostalgia.
È solo che, a un certo punto della vita, ti ritrovi con due posti che puoi chiamare casa e magari è una fortuna.
Solo che nessuno ti aveva avvertito che avrebbe fatto così male lasciare, ogni volta, una delle due.